L’emoji va al museo

I tempi per riconoscere la centralità dei nuovi linguaggi visivi del web e del digitale sono maturi. Lo dimostra l’ultima acquisizione del MoMa di New York

Quando Shigetaka Kurita propose una soluzione per incorporare i pittogrammi nello spazio limitato dello schermo dei telefoni portatili, non poteva certo immaginare che i suoi disegni pixelati 12 x 12 sarebbero entrati a far parte della collezione di design di uno dei musei più importanti al mondo. Eppure, dopo che i suoi 176 disegni vennero pubblicati (nel 1999), i pittogrammi furono immediatamente copiati dalla concorrenza giapponese: una nuova forma di comunicazione globale digitale stava nascendo.

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«Il passaggio da Desktop a Mobile obbligava a un ripensamento delle abitudini collegate alla corrispondenza scritta. Questo valeva specialmente per il Giappone, dove la necessità di sintetizzare lunghi e complessi rituali di saluto rendeva i primi device inadatti ad una diffusione più ampia. Le Emoji erano una soluzione ingegnosa per sintetizzare quelle esigenze in maniera intelligente» ha scritto Paul Galloway (MoMA’s Architecture & Design Collection specialist) in un blog post sul sito web del museo.

Grazie alle app e ai social media, le Emoji sono oggi protagoniste di tutte le conversazioni online, basta dare un’occhiata all’emojitracker di Matthew Rothenberg per osservare in tempo reale il loro utilizzo su Twitter.

Ma l’esplosione del fenomeno su scala globale è relativamente recente.

Nonostante l’immediato successo in Giappone, le Emoji sono arrivate fino a noi solo dopo la traduzione in linguaggio Unicode nel 2010 e quando Apple le incluse nel Messenger (2011) entrarono nelle nostre conversazioni di ogni giorno.

Come ha commentato Paola Antonelli, curatrice del dipartimento del museo dedicato ad Architettura e Design, «oggi viviamo il nostro tempo sia nello spazio fisico sia in quello digitale» e le Emoji sono la dimostrazione di come il Design e la tecnologia possono modificare i nostri comportamenti quotidiani, così come i device hanno modificato le nostre abitudini, purtroppo spesso peggiorandole.

Virginia Marchione